Intervista a Claudio De Nadai, Fondatore e CEO di BModel, Consigliere Delegato di Confindustria Veneto Est.

Le imprese, soprattutto le PMI, si trovano di fronte a bivi cruciali nel loro percorso di evoluzione, momenti in cui il Private Equity può rivelarsi un possibile partner strategico con cui condividere un percorso comune. Oltre ad un’iniezione di capitali, l’ingresso del Private Equity può innescare una trasformazione profonda e multidimensionale, apportando competenze, network e un supporto cruciale nei momenti chiave del percorso evolutivo aziendale.
Il Private Equity può tradursi in diverse modalità di investimento nel capitale delle imprese, con differenti strutture, orizzonti temporali e livelli di coinvolgimento nella gestione. La scelta dello strumento più appropriato dipende dagli obiettivi degli investitori, dalle strategie e caratteristiche delle imprese target.
Nonostante i benefici che il Private Equity può apportare, le imprese devono considerare attentamente alcuni rischi inerenti a questa forma di investimento e alcune condizioni che rendono percorribile tale scelta. Si tratta, infatti, di un’opzione di per sé complessa che non è valida e consigliabile per tutte le imprese ed è bene capire quando e come ha senso affrontare tali ragionamenti.
Per approfondire tali tematiche e per cercare di cogliere gli attuali trend del mercato (anche con riferimento all’area del Nordest) abbiamo intervistato Claudio De Nadai, Strategy Specialist and Private Equity Advisor, Fondatore e CEO di BModel e Consigliere Delegato di Confindustria Veneto Est.

Quali sono i principali trend che stanno caratterizzando il settore del Private Equity in questo momento? (anche con riferimento all’area del Nordest)

Come dimostrano le statistiche pubblicate anche recentemente, l’andamento delle operazioni classificabili come “Private Equity deal” mantengono livelli molto rilevanti, sia in termini di numerosità, ma anche in termini di valori dimensionali complessivi, e il Nord-Est non se ne esime.
Osserviamo anche nel tessuto imprenditoriale del Nord-Est un generale orientamento ad operazioni di più rilevante dimensione; i fondi di Private Equity ormai raramente considerano dimensioni societarie con EBITDA inferiori ai quattro milioni di euro e questo offre spazi ampi di operatività a soggetti diversi come le Holding di Investimento, i Family Office e i Club Deal nel dare risposta ad esigenze di apertura del capitale, prevalentemente orientate a progetti di crescita.
Dispiace notare come la parte più rilevante delle operazioni vede le aziende di questo territorio prevalentemente in posizione di preda, e non di predatore, vale a dire figlie delle ridotte dimensioni che spesso caratterizzano il tessuto industriale di quest’area.

Come è cambiato il settore del Private Equity negli ultimi anni? E come potrà evolvere?

E un settore quello del Private Equity profondamente trasformato negli ultimi 10 anni.
Da un lato il manifestarsi di soggetti istituzionali come il Fondo Italiano di Investimento o il Fondo Strategico Italiano hanno introdotto meccaniche di supporto alla crescita di più facile lettura e realizzazione anche per imprese di dimensione minore.
Dall’altro lato, l’interazione sempre più frequente con fondi di caratura internazionale, a più elevata dimensione, hanno introdotto modelli di collaborazione gestionale con le imprese che decidono di aprire il capitale, nei quali l’interlocutore finanziario non si limita più ad interventi sulla struttura organizzativa e sul check and balance della società partecipata, ma vive molto più attivamente le principali tematiche manageriali, in ambito strategico, in ambito di selezione di nuovi target acquisitivi per la crescita, ma anche in relazione alle funzioni manageriali chiave, vitali per il successo dello sviluppo industriale della società partecipata.
In questo senso le cosiddette operazioni di “Buy and Build”, percorsi in cui, attorno ad una o più imprese, si costruiscono aggregazioni di filiera verticale o di cross selling orizzontale, si manifestano sempre più frequentemente.

Quando e perché il ricorso al Private Equity può rappresentare un’opzione valida e percorribile dalle imprese? E qual è il valore che un Private Equity può effettivamente creare in tali contesti?

Se è vero che la finanza d’impresa è un mezzo, e non un fine, il ruolo del Private Equity non è altro che un’opzione fondamentale di reperimento e costruzione di un’alternativa all’incremento di capitale proprio, al ricorso alla leva finanziaria, piuttosto che alla quotazione.
In un mercato del debito dove la funzione bancaria tradizionale va sempre più concentrandosi su pochi soggetti di rilevante dimensione, nel mentre le strutture di debito alternativo come minibond o prestiti mezzanini non hanno ancora radicato la propria funzione nella cultura d’impresa, ed infine in un paese in cui il mercato pubblico dei capitali stenta ancora ad affermare un proprio ruolo alternativo, il ricorso al Private Equity, sia esso correlato ad un vero e proprio fondo di investimento, o appunto a soggetti assimilabili come i Family Office e i Club Deal, riveste e rivestirà sempre di più un’opzione fondamentale.
Molto dipenderà dalla capacità delle strutture dei fondi di Private Equity di evolvere appunto verso l’approccio che gli operatori internazionali hanno già da tempo adottato. Meno funzioni di mero controllo e maggiore interazione con le strategie e le attività dell’impresa.

Quali sono le leve che il Private Equity dovrebbe toccare per creare un dialogo con le imprese? Quale dovrebbe essere un approccio auspicabile per creare un terreno costruttivo di confronto con le imprese?

Soprattutto nel dialogo con l’impresa di dimensione minore da sempre il Private Equity trova difficoltà nell’esprimere i propri valori.
Da un lato, la naturale diffidenza degli imprenditori verso competenze diverse da quelle industriali e verso orizzonti temporali di valorizzazione dell’investimento decisamente più brevi di quelli tipicamente legati ai progetti delle aziende interessate costituisce un oggettivo elemento di difficoltà.
Dall’altro lato, non sempre vi è stata la capacità di tali interlocutori nell’esprimere il reale valore e apporto che l’expertise finanziaria può offrire allo sviluppo di un’impresa partecipata.
Molte possono essere le iniziative per migliorare tale tipo di dialogo; anche attraverso il sistema formativo e la rappresentanza di categoria va diffusa una maggiore cultura finanziaria che permetta agli imprenditori di meglio giudicare pregi e limiti che ciascuna opzione di supporto alla crescita, in termini di finanza.
Più in generale, un approccio fortemente orientato al business e la crescita dei servizi collaterali a supporto, che il fondo di Private Equity deve essere in grado di rappresentare, sono una chiave di volta che è indispensabile coltivare per potere conquistare fiducia e dialogo.
Riuscire nell’intento di concentrare l’attenzione della base sociale sul valore di un progetto di crescita, per il bene e la continuità di impresa, devono essere il faro che orienta la relazione e il dialogo tra istituzioni finanziarie come i fondi di Private Equity e le imprese di valore, che nel territorio di riferimento hanno incredibili opportunità di crescita, troppo spesso limitate da una visione dell’opportunità di finanziamento limitata a strumenti tradizionali e oggettivamente superati come il debito bancario.